Animali Notturni: L’Architettura Clinica della Vendetta e il Peso Irreversibile del Rimorso

Scritto da

in

Con Animali Notturni (2016), Tom Ford non si limita a dirigere un thriller estetizzante, ma costruisce una vera e propria macchina di tortura psicologica. Il film è una dissezione spietata e chirurgica delle scelte di vita, un’opera che distrugge il mito borghese del pragmatismo sentimentale per esplorare la natura più fredda e implacabile della vendetta.

In un mondo dove il successo si misura in apparenze e conti in banca, la pellicola ci ricorda che i conti con il proprio vuoto interiore si pagano sempre, e con gli interessi. Ecco i cardini concettuali che rendono questo film un trattato di cinismo assoluto:

La protagonista, Susan Morrow, incarna il trionfo e il simultaneo fallimento della classe elitaria. Vive in una Los Angeles geometrica, circondata da opere d’arte contemporanea di inestimabile valore, ma la sua esistenza è di un gelo obitoriale. Ford utilizza l’estetica della moda e del design non per compiacere lo spettatore, ma per mostrare una prigione di vetro. Tutto intorno a Susan è simmetrico e perfetto, dal trucco ai vestiti, eppure lei è consumata da un’insonnia cronica, sposata con un uomo che la tradisce e intrappolata in un lavoro che disprezza. È la dimostrazione filosofica che aver fatto la scelta “giusta” e razionale, quella dettata dall’ambizione e dallo status, equivale a essersi condannata a una morte emotiva in vita.

La genialità cinica dell’opera risiede nel metodo di vendetta dell’ex marito, Edward. Invece di cercare uno scontro fisico o legale a distanza di quasi vent’anni, Edward invia a Susan le bozze del suo nuovo romanzo, a lei dedicato. La storia violenta e brutale del libro (un padre di famiglia a cui vengono rapite e uccise moglie e figlia nel deserto texano) non è un semplice esercizio di stile: è un’arma bianca psicologica. Edward costringe Susan a proiettarsi in quell’incubo di finzione per farle provare, sulla propria pelle, la stessa esatta, paralizzante sensazione di impotenza, terrore e devastazione che lui ha provato quando lei lo ha abbandonato e ha abortito il loro figlio. L’arte non serve a elevare lo spirito; serve a sventrare l’anima di chi guarda.

Susan aveva lasciato Edward accusandolo di essere troppo “debole”, troppo romantico e privo di quella spietatezza necessaria per vincere nel mondo reale. Gli aveva preferito il cinismo predatorio e “alfa” di Hutton (il secondo marito), che si rivelerà un fallimento umano e finanziario. Edward, tuttavia, dimostra che la vera brutalità non risiede nell’arroganza sociale, ma nella pazienza. La sua vendetta è geometrica, calcolata e inarrestabile. Si trasforma nello scrittore di successo che lei non credeva potesse diventare, usando proprio il dolore che lei gli ha inflitto come carburante per distruggerla.

Il film culmina in uno dei finali più gelidi, tristi e perfetti del cinema contemporaneo. Susan, elegantissima, siede da sola in un ristorante di lusso aspettando Edward, che non si presenterà mai. Quell’assenza è il fendente finale. Edward le dimostra che la vendetta più assoluta non richiede nemmeno di guardare in faccia il nemico. Consiste semplicemente nel dimostrargli che è diventato irrilevante, lasciandolo solo, in un ristorante vuoto, a fare i conti per l’eternità con il peso irreversibile delle proprie scelte.