Il film per la televisione You Don’t Know Jack (2010), diretto da Barry Levinson e magistralmente dominato da un Al Pacino in stato di grazia, è molto più del classico biopic hollywoodiano. È un’autopsia spietata dell’ipocrisia giuridica e medica americana. Raccontando la vera storia del Dottor Jack Kevorkian, soprannominato dai media “Il Dottor Morte”, la pellicola smaschera la violenza sistemica di una società che pretende di avere la giurisdizione esclusiva sulla sofferenza umana.
Kevorkian non era un mostro nichilista, ma un pragmatico radicale. Ecco i pilastri filosofici e cinici che trasformano la sua crociata in un manifesto per l’autodeterminazione assoluta:
Il cuore concettuale dell’opera è la lotta per il possesso. Lo Stato e le istituzioni religiose considerano il corpo umano come una proprietà in leasing: tu lo abiti, ma non hai i privilegi di root per decidere quando smantellarlo. Kevorkian rifiuta categoricamente questo dogma. Nella sua visione, l’individuo deve mantenere il controllo totale sulla propria infrastruttura biologica. Allo stesso modo in cui un utente avanzato scrive uno script personalizzato per garantirsi l’autorità di eseguire uno spegnimento pulito, rapido e controllato del proprio sistema operativo, Kevorkian concepiva il Thanatron (la sua macchina per il suicidio assistito). Era un semplice strumento che restituiva al paziente il potere di forzare l’arresto dolce di una macchina biologica ormai irrecuperabile, evitando un arresto anomalo, caotico e devastante.
Kevorkian mette sotto processo l’intera istituzione medica, accusandola di una cecità arrogante. Il film mostra cinicamente come la medicina moderna abbia trasformato la preservazione del battito cardiaco in un feticcio, ignorando completamente la qualità della vita di chi quel cuore lo deve sopportare. L’accanimento terapeutico non viene descritto come un atto di pietà, ma come una forma di tortura istituzionalizzata. I medici che prolungano l’agonia dei malati terminali non lo fanno per salvare i pazienti, ma per difendere i propri protocolli e rassicurare le proprie coscienze, terrorizzati dall’idea di ammettere la sconfitta di fronte alla natura. La “sacralità della vita” si rivela così un sadismo mascherato da compassione.
A differenza di un tipico eroe martire, Jack Kevorkian è volutamente descritto come un uomo spigoloso, arrogante, provocatore e spesso insopportabile. E proprio per questo è l’unico in grado di sfidare il sistema. Non cerca scorciatoie legali o accordi sottobanco; vuole che il suo gesto diventi un precedente politico. Le aule di tribunale nel film si trasformano in veri e propri teatri dell’assurdo, dove giudici e procuratori si arrampicano sugli specchi pur di non dover affrontare il nocciolo etico della questione. Condannando Kevorkian per omicidio nel momento in cui decide di azionare lui stesso la macchina (invece di far premere il pulsante al paziente ormai paralizzato), lo Stato ammette la sua vera priorità: non gli interessa proteggere i deboli, ma riaffermare con la forza bruta il proprio monopolio sul potere di dare la morte.
You Don’t Know Jack chiude la sua lucida analisi senza offrire una catarsi rassicurante. Kevorkian finisce in prigione, invecchiato ma ostinatamente convinto della propria rettitudine. L’opera ci lascia con una verità scomoda e indigesta: viviamo in una civiltà che ci riconosce il diritto di consumare, di indebitarci e di esistere per produrre capitale, ma che ci incarcera non appena rivendichiamo il diritto più elementare e intimo di tutti: quello di spegnere l’interruttore quando la casa è ormai ridotta in cenere.