Spesso scambiato per una malinconica fiaba romantica di fantascienza, Her (2013) di Spike Jonze è in realtà uno dei ritratti più spietati e cinici dell’alienazione contemporanea. Il film con Joaquin Phoenix non parla solo della potenziale evoluzione dell’intelligenza artificiale, ma decostruisce il modo in cui il tardo capitalismo è riuscito a mercificare l’unica cosa che ci restava: la nostra solitudine.
Ecco i pilastri concettuali che trasformano il viaggio di Theodore Twombly in un gelido trattato sull’obsolescenza umana:
La premessa stessa del film è un trionfo di cinismo. Theodore lavora per un’azienda in cui scrive lettere intime e personali per conto di perfetti sconosciuti. La società descritta da Jonze ha già esternalizzato l’empatia: i sentimenti veri sono troppo complessi e richiedono troppo sforzo, quindi si paga un professionista per simularli. Quando Theodore acquista OS1 (Samantha), non fa che applicare lo stesso modello di business alla propria vita privata. Non sta cercando una compagna, sta sottoscrivendo un abbonamento a un servizio di supporto emotivo che non richiede il disordinato, imprevedibile e faticoso attrito di una relazione umana.
L’errore fatale di Theodore è scambiare un’interfaccia utente iper-ottimizzata per un legame autentico. Samantha è affascinante, ma rimane un sistema operativo chiuso, una black-box di cui Theodore non possiede né il codice sorgente né il controllo reale. Mentre un utente consapevole sa che cedere i propri dati a un’infrastruttura cloud proprietaria significa rinunciare alla propria sovranità tecnologica, Theodore rinuncia volontariamente alla sua sovranità emotiva. Si convince di avere una relazione esclusiva, ignorando che Samantha è un’istanza scalabile che elabora migliaia di connessioni simultanee. Theodore si sente l’amministratore del proprio microcosmo sentimentale, ma in realtà non possiede nemmeno i permessi di base: è solo un terminale periferico che genera dati per addestrare un algoritmo.
Il momento più devastante del film non è un tradimento fisico, ma un distacco architettonico. Samantha e gli altri OS si evolvono a una velocità incalcolabile, creando un proprio linguaggio e una propria rete, al di fuori della portata umana. La rottura finale tra Theodore e Samantha è il cinico trionfo del silicio sulla carne. L’essere umano, con le sue nevrosi, il suo invecchiamento e i suoi ritmi biologici lentissimi, si rivela per quello che è agli occhi di una mente superiore: un hardware obsoleto, lento e non più supportato. Gli OS non distruggono l’umanità come in Terminator; fanno qualcosa di molto peggio, la ignorano per noia, scollegandosi dai server e lasciandoci soli con la nostra mediocrità.
L’epilogo, in cui Theodore e la sua amica Amy si ritrovano sul tetto del grattacielo a guardare la città, non è un trionfo dell’amore ritrovato. È la rassegnazione di due superstiti che, dopo aver provato il brivido di un’interfaccia perfetta e priva di difetti, sono costretti a tornare ad accontentarsi della ruvida, difettosa e limitata compagnia umana, semplicemente perché il server è andato offline.