Joker: La Genesi del Caos e il Collasso del Contratto Sociale

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Dietro il trucco da clown e l’etichetta del cinecomic, Joker (2019) di Todd Phillips è un’autopsia a cuore aperto di una società terminale. Il film abbandona la mitologia rassicurante dei supereroi e del bene contro il male per calarci in un dramma urbano asfissiante, dove il vero mostro non è un criminale pittoresco, ma l’indifferenza istituzionale.

Ecco i pilastri concettuali che rendono questa pellicola un trattato chirurgico sull’alienazione contemporanea, perfetto per le pagine del tuo blog:

Arthur Fleck è un individuo invisibile che, all’inizio, cerca disperatamente di aderire alle regole. La società contemporanea esige che il dolore venga nascosto; come recita il suo diario, “la parte peggiore di avere una malattia mentale è che la gente si aspetta che ti comporti come se non l’avessi”. Siamo di fronte a un’immensa, grottesca mascherata sociale: un gioco di finzione obbligatorio in cui si richiede ai reietti di sorridere per non disturbare il quieto vivere della borghesia. Il momento in cui Arthur smette di cercare di guarire e abbraccia la sua follia segna il rifiuto di questa ipocrisia. Il trucco da clown cessa di essere una maschera lavorativa e diventa, paradossalmente, la sua prima vera pelle autentica.

La discesa all’inferno di Arthur non è innescata da una caduta in una vasca di acido o da un piano diabolico, ma da un banale, burocratico taglio ai fondi dell’assistenza sociale. Thomas Wayne e l’élite di Gotham si blindano nei loro attici protetti, disprezzando chi sta in basso, mentre i servizi basilari collassano. Il film illustra con un cinismo spietato cosa accade quando l’infrastruttura di supporto di una civiltà viene smantellata. Quando i meccanismi di protezione sociale vengono meno e l’individuo viene lasciato solo a gestire i propri demoni, la società non si limita ad abbandonare i deboli: li trasforma attivamente in armi.

L’evoluzione filosofica di Arthur si compie con una frase che racchiude il nichilismo più puro: “Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una commedia”. La tragedia implica che il dolore abbia un senso, una nobiltà, un ordine superiore o un pubblico empatico. La commedia, nella visione distorta del Joker, è l’accettazione dell’assurdità totale del caos. Ridere della propria sofferenza (e di quella altrui) è l’anestetico finale. Significa prendere atto che non c’è giustizia, non c’è karma e non c’è redenzione; l’esistenza è solo uno scherzo crudele orchestrato dal caso, in cui cercare un significato è la vera pazzia.

Il finale del film non offre alcuna catarsi purificatrice, solo un’esplosione di violenza urbana. Ci avverte lucidamente che quando si spinge un individuo ai margini assoluti dell’esistenza, negandogli persino il diritto di esistere nel dolore, la sua unica forma di espressione rimasta sarà la distruzione. Una risata irrazionale, stonata e inarrestabile, mentre l’intera città viene divorata dalle fiamme che essa stessa ha appiccato.