Via da Las Vegas: Il Diritto all’Autodistruzione e l’Anti-Redenzione

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Diretto da Mike Figgis nel 1995, Via da Las Vegas (Leaving Las Vegas) non è un film sull’alcolismo, o perlomeno non nel senso clinico, pedagogico e moralistico a cui la cultura di massa ci ha abituati. È un trattato filosofico, oscuro e senza compromessi, sulla rinuncia. In un mondo ossessionato dal “recupero”, dalla “resilienza” e dall’obbligo sociale di superare ogni trauma, il viaggio del protagonista Ben Sanderson è uno schiaffo brutale: la rivendicazione assoluta del diritto di autodistruggersi.

Ecco i pilastri concettuali che trasformano questa discesa agli inferi in un capolavoro di cinismo e disillusione:

Ben, sceneggiatore hollywoodiano fallito e svuotato di ogni scintilla vitale, non va a Las Vegas per cercare fortuna o un nuovo inizio. Ci va con una missione metodica, precisa e inequivocabile: bere fino a uccidersi. Sceglie la capitale mondiale dell’eccesso, del vizio e dell’artificio capitalista come suo cimitero personale. In una città progettata per consumare i portafogli e le anime dei turisti illusi, Ben decide di consumare se stesso. Non c’è richiesta d’aiuto nel suo gesto. C’è un fatalismo letargico, una pesantezza inesorabile che ricorda l’avanzare asfissiante di un riff doom metal: il destino è già scritto, si tratta solo di aspettare che la gravità faccia il suo corso e che l’ultima brace si spenga, riducendosi inesorabilmente in cenere.

L’incontro tra Ben e Sara, una prostituta lucida e disillusa, ribalta ogni nauseante cliché romantico hollywoodiano. La narrativa tradizionale esige che l’amore sia una forza salvifica, che la donna “aggiusti” l’uomo rotto. Qui avviene l’esatto opposto. Il loro legame si fonda su un patto che la morale borghese riterrebbe aberrante: Sera non cercherà mai di impedirgli di bere, Ben non la giudicherà mai per come si guadagna da vivere. È forse la forma più estrema, cinica e pura di amore umano raccontata su schermo: amare qualcuno non per il suo “potenziale”, non per trasformarlo in un progetto di riabilitazione, ma accettandolo totalmente nel suo momento di massimo, marcescente disfacimento.

Il vero orrore (e il fascino magnetico) del film per lo spettatore medio è l’assenza totale di speranza. La società ci addestra a credere che ci sia sempre una via d’uscita, che toccato il fondo si possa solo risalire. Ben distrugge questa narrazione rassicurante. La sua decisione di annientarsi è irrevocabile perché richiede un’energia vitale che ha consapevolmente esaurito. Rifiuta la redenzione perché la redenzione è una fatica che non ha più alcun interesse a compiere. Di fronte alle rare offerte di aiuto, Ben risponde con la gentilezza di chi appartiene già a un altro mondo, un fantasma che cammina chiedendo solo di non essere disturbato mentre svanisce.

Via da Las Vegas è l’elegia definitiva dell’uomo arreso. Ci ricorda, con un’onestà che raschia le ossa, che non tutte le fratture possono essere ricomposte e che l’ideologia del “puoi farcela” è spesso solo una forzatura violenta dei sani imposta ai malati. È un’opera che ci costringe ad ammettere una verità spaventosa: a volte l’unico, supremo atto di pietà possibile non è cercare di salvare qualcuno contro la sua volontà, ma sedersi accanto a lui e stringergli la mano mentre precipita nel vuoto.