Forrest Gump: Il Trionfo della Santa Ignoranza e la Punizione della Ribellione

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A prima vista, Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis è una favola commovente su un uomo dal cuore d’oro che attraversa trent’anni di storia americana. Tuttavia, se grattiamo via lo strato di cioccolatini e sentimentalismo, emerge un’opera politicamente reazionaria. Sotto la sua superficie rassicurante, il film è un manifesto che elogia il conformismo assoluto e punisce severamente chiunque osi mettere in discussione il sistema.

Ecco i pilastri cinici e filosofici che smascherano la vera natura del viaggio di Forrest:

Forrest è l’eroe perfetto per un’America che vuole dimenticare i propri traumi. Il suo superpotere non è la bontà, ma la totale assenza di pensiero critico. Forrest non fa mai domande:

  • All’università corre perché glielo dicono.
  • Nell’esercito smonta e rimonta fucili a tempo di record perché esegue gli ordini senza esitare, diventando il soldato ideale proprio perché non comprende il senso (o l’orrore) della guerra del Vietnam.
  • Nel business dei gamberi, diventa milionario per pura e cieca ostinazione, non per acume imprenditoriale.

Il film suggerisce una tesi inquietante: l’intelligenza, la consapevolezza politica e l’analisi critica sono fonti di infelicità. L’unico modo per sopravvivere e prosperare nel mondo è abbassare la testa, svuotare la mente e fare esattamente ciò che l’autorità ti dice di fare.

Se Forrest rappresenta l’obbedienza cieca, Jenny è l’incarnazione di un’intera generazione che ha cercato di cambiare il mondo tra gli anni ’60 e ’70. Attraversa tutte le fasi della ribellione giovanile: il movimento per i diritti civili, il pacifismo contro la guerra, il femminismo, le Pantere Nere e la cultura hippy.

E come viene ricompensata dal film questa ricerca di libertà? Con una punizione sistematica e sadica. Jenny subisce abusi infantili, cade nella tossicodipendenza, vive relazioni violente e, infine, viene condannata a morte da un virus misterioso (chiara allegoria dell’HIV/AIDS). Il messaggio politico latente è feroce: chi cerca di sovvertire lo status quo finisce distrutto, malato e disperato. La salvezza le viene concessa solo alla fine, quando si arrende, torna a casa nella provincia profonda e sposa il bravo ragazzo conservatore e milionario.

Forrest incarna anche una satira (involontaria) del Sogno Americano. Diventa uno degli uomini più ricchi del paese senza alcun merito intellettuale, senza fatica imprenditoriale e senza alcuna visione. Investe i suoi soldi in “una specie di cooperativa di frutta” (la Apple) per puro caso.

In un paese fondato sul mito del self-made man che si costruisce con l’astuzia e il duro lavoro, Forrest Gump ci mostra cinicamente che il successo capitalista estremo assomiglia molto di più a una colossale botta di fortuna riservata a chi si trova per caso nel posto giusto, al momento giusto, con la mente sgombra.

Il film si apre e si chiude con l’immagine di una piuma che galleggia nel vento. Il Tenente Dan (l’intellettuale cinico e ferito, poi redento) crede in un destino predeterminato, mentre la madre di Forrest crede che fluttuiamo nel vento del caso.

Forrest trova la sintesi vivendo senza opporre alcuna resistenza alla storia. A differenza di Jenny, del Tenente Dan o degli attivisti politici che si scontrano con le ingiustizie della loro epoca, Forrest non genera attrito. La sua celebre corsa lunga tre anni attraverso l’America non è una protesta, ma un movimento vuoto, privo di significato o ideologia, che le masse disperate cercano ossessivamente di interpretare come un messaggio messianico.

Forrest Gump è un rassicurante ansiolitico cinematografico. Dietro la sua commovente ingenuità, ci sussurra all’orecchio che non c’è bisogno di lottare contro il sistema, di comprendere la politica o di ribellarsi alle ingiustizie. Basta sorridere, correre quando ci viene detto di correre, e sperare che la piuma del capitalismo occidentale cada morbidamente sulla nostra spalla.