Sotto l’apparenza di un intricato noir chandleriano ambientato tra le piste da bowling di Los Angeles, Il Grande Lebowski (1998) dei fratelli Coen è in realtà un manifesto filosofico mascherato da farsa. Il film destruttura sistematicamente il mito americano della proattività, dell’eroismo e della ricchezza, contrapponendovi un’etica della passività radicale.
Ecco i pilastri concettuali che rendono l’odissea del Drugo (The Dude) una satira tagliente e un trattato di esistenzialismo contemporaneo:
Jeffrey Lebowski, il Drugo, non è semplicemente un disoccupato pigro; è l’antitesi vivente all’etica protestante del lavoro che fonda gli Stati Uniti. In una società che misura il valore di un uomo attraverso il suo conto in banca, la sua carriera e la sua capacità di “risolvere problemi”, il Drugo pratica una forma involontaria ma purissima di Daoismo: il Wu Wei (l’azione attraverso la non-azione).
Il Drugo non vuole conquistare nulla, non vuole svelare il mistero, vuole solo essere risarcito per il suo tappeto (che “dava un tono all’ambiente”). La sua celebre massima “Il Drugo sa aspettare” (The Dude abides) è una dichiarazione di resistenza passiva contro un mondo nevrotico e ossessionato dagli obiettivi.
Il vero fulcro cinico della trama risiede nel dualismo tra i due Jeffrey Lebowski. Il “Grande” Lebowski (il magnate in sedia a rotelle) incarna il capitalismo patriarcale conservatore: ostenta moralismo, accusa il Drugo di essere un parassita e si vanta delle proprie conquiste filantropiche.
Alla fine, scopriamo che il “Grande” Lebowski è un impostore totale. Non ha soldi propri (vive dei fondi della moglie defunta), ruba i soldi del riscatto e finge di essere un titano dell’industria. Il film ci dice chiaramente che la tanto sbandierata élite morale ed economica è spesso una facciata vuota, marcia e ipocrita. Il vero parassita non è il Drugo in vestaglia, ma il capitalista in giacca e cravatta.
Se il Drugo rappresenta l’abbandono, il suo migliore amico Walter (veterano del Vietnam) rappresenta l’ossessione americana per l’interventismo, il controllo e le regole (“Questa non è l’amministrazione, questo è il bowling! Ci sono delle regole!”).
Walter infila la guerra in ogni conversazione perché è incapace di elaborare il trauma. Usa la rigidità delle regole del bowling, l’estremismo politico (il suo attaccamento fanatico all’ebraismo acquisito) e la violenza armata per cercare di dare un senso a un mondo che è intrinsecamente caotico. Ogni volta che Walter cerca di prendere il controllo della situazione applicando una logica militare, non fa che peggiorare le cose in modo catastrofico.
I presunti antagonisti del film sono un gruppo di musicisti techno tedeschi che si dichiarano nichilisti (“Noi non crediamo in niente, Lebowski!”). Anche qui, i Coen applicano una satira spietata: i nichilisti si rivelano essere dei semplici estorsori, piagnucoloni e disperati.
Il nichilismo, se usato solo come posa estetica per mascherare l’avidità, è patetico. Come fa notare Walter in uno dei momenti più cinici del film, persino il nazional-socialismo aveva perlomeno dei principi; il nichilismo dei rapitori è solo una truffa per fare soldi facili, confermando che nell’universo del film ogni ideologia è destinata a collassare nel ridicolo.
Mentre i potenti fingono di avere il controllo e i violenti si agitano per imporlo, i Coen ci suggeriscono che l’universo è semplicemente una pista da bowling caotica e senza senso, governata dal caso. Il Grande Lebowski è un inno disilluso all’unica forma di sanità mentale possibile in una società folle: smettere di cercare di dominare il gioco, indossare un paio di occhiali scuri, ordinare un altro White Russian e lasciar scivolare via tutto il resto.