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  • Don’t Be So Serious: L’Elegia dell’Isolamento e il Nichilismo come Sedativo

    Se c’è un brano che incarna perfettamente l’estetica del crollo emotivo del ventunesimo secolo, è Don’t Be So Serious dei Low Roar. Diventata celebre a livello globale per essere la traccia di apertura del videogioco Death Stranding di Hideo Kojima, la canzone è un viaggio ipnotico e disperato all’interno della mente di un individuo che ha esaurito ogni energia per combattere contro il mondo.

    Dietro la melodia eterea e dilatata, si nasconde un testo che analizza chirurgicamente l’ansia, la disconnessione umana e l’inevitabilità del fallimento. Ecco i temi filosofici e cinici che la definiscono:

    Il brano non inizia con un’astrazione poetica, ma con una diagnosi clinica: “Wake, heavy pulse / Bloodshot, awake / And I’m tearing at the seams” (Sveglio, polso pesante / Occhi iniettati di sangue, sveglio / E mi sto strappando le cuciture). Karazija ci sbatte in faccia la cruda biologia della depressione e dell’ansia. Il risveglio non è l’inizio di un nuovo giorno pieno di possibilità capitalistiche, ma un trauma fisico. Vivere, in questa condizione, significa sentire il proprio corpo cedere, “strapparsi alle cuciture” per lo sforzo di dover semplicemente esistere. È la fotografia di una società cronicamente esausta, in cui la semplice sopravvivenza quotidiana richiede un costo energetico insostenibile.

    Il ritornello “Don’t be so serious” (Non essere così serio) suona, a un ascolto superficiale, come un classico cliché motivazionale o un invito alla spensieratezza. In realtà, nel contesto dell’opera, assume un significato molto più oscuro e cinico: è una dichiarazione di resa. Quando tutto sta crollando, prendere la vita sul serio non fa che aumentare esponenzialmente il dolore. L’invito a “non essere seri” è, di fatto, un abbraccio al nichilismo passivo: un modo per anestetizzarsi, per smettere di dare importanza a relazioni o situazioni che, inevitabilmente, sono destinate a finire in polvere. È la consolazione di chi ha capito che lottare per mantenere il controllo è un’illusione ridicola.

    La canzone è stata scritta durante un periodo di profonda crisi personale e divorzio dell’autore. I versi “A mistake, a mistake / I’m sure I’ll make” (Un errore, un errore / Che sono sicuro di fare) rivelano il fatalismo delle relazioni umane. Non c’è spazio per la redenzione o per la speranza di “aggiustare le cose”. C’è solo la consapevolezza disillusa che gli esseri umani sono isole, incapaci di comprendersi realmente, e che ogni tentativo di connessione profonda è destinato a trasformarsi in una ferita. Il fallimento non è un’ipotesi, è una certezza matematica.

    Non è un caso che questa traccia sia diventata il simbolo di un’opera (quella di Kojima) che parla di un mondo post-apocalittico in cui gli esseri umani vivono barricati nei bunker, terrorizzati dal contatto esterno. La musica dilatata, quasi spettrale dei Low Roar è l’accompagnamento perfetto per una camminata in solitaria in un mondo morto. Riflette la nostra condizione contemporanea: siamo sempre più connessi digitalmente, eppure mai così spaventosamente isolati, costretti a trasportare il peso dei nostri traumi in un paesaggio emotivo desolato e ostile.

    Don’t Be So Serious è una ninna nanna per la fine del mondo (personale o collettivo poco importa). Con un cinismo dolcissimo e letale, ci sussurra all’orecchio che, visto che la nave sta inevitabilmente affondando, tanto vale smettere di agitarsi per riordinare le sedie sul ponte. È l’ultima, malinconica carezza prima di accettare, serenamente, il vuoto.

  • Une Belle Histoire: L’Utopia dell’Amore Usa e Getta nell’Era del Consumismo Affettivo

    Uscita nel 1972 dalla penna di Michel Fugain e cantata con il collettivo Le Big Bazar, Une belle histoire è universalmente considerata la colonna sonora per eccellenza degli amori estivi. A un ascolto superficiale, sembra un inno nostalgico alla libertà giovanile; tuttavia, se grattiamo via l’arrangiamento allegro e corale, emerge una perfetta, cinica istantanea dell’inizio di un’epoca che ha trasformato i sentimenti in puro bene di consumo.

    Ecco un’analisi di come Une belle histoire decostruisca il mito dell’amore romantico per abbracciare l’esistenzialismo da autogrill:

    Fugain definisce la storia fin dal primo ritornello: “C’est un beau roman, c’est une belle histoire / C’est une romance d’aujourd’hui” (È un bel romanzo, una bella storia / È un romanticismo di oggi). Quell’“aujourd’hui” è la chiave di volta. Il brano sancisce la rottura definitiva con l’ideale borghese del matrimonio, della stabilità e dell’amore eterno. I due protagonisti non si promettono nulla, non progettano il futuro, non scambiano contatti. Consumano la passione in modo istantaneo e, la mattina dopo, si separano senza drammi. È la filosofia del momento presente spinta all’estremo: il sentimento ha valore solo finché dura il picco di dopamina, poi viene scartato, senza lasciare scorie, pronto per il prossimo incontro.

    L’ambientazione è fondamentale. Non si incontrano in un bistrot parigino o in un romantico villaggio provenzale, ma sull’“autoroute des vacances” (l’autostrada delle vacanze). L’autostrada e la stazione di servizio sono quelli che il sociologo Marc Augé definirà anni dopo dei “non-luoghi”: spazi di puro transito, privi di identità, storia o radici. I due protagonisti si amano in una terra di nessuno, un vuoto spaziale e temporale dove le regole della società (e le conseguenze delle azioni) vengono temporaneamente sospese. Il loro amore è figlio dell’infrastruttura moderna: rapido, funzionale e progettato per il transito veloce.

    Il cinismo latente della canzone si trova nella totale assenza di rimpianto o sofferenza alla fine del viaggio. “Ils se sont cachés dans un grand champ de blé / Se laissant porter par les courants” (Si sono nascosti in un grande campo di grano / Lasciandosi trasportare dalle correnti). L’abbandono alle correnti è la metafora perfetta di una generazione (quella post ’68) che rivendicava la libertà assoluta, ma che, al tempo stesso, stava scivolando in un edonismo deresponsabilizzato. I due amanti si nascondono, godono del piacere carnale, ma si rifiutano categoricamente di fare la fatica di costruire qualcosa. Il loro è un individualismo perfetto: prendono ciò che serve l’uno dall’altra per alleviare la noia del viaggio e poi tornano ognuno alla propria traiettoria isolata. Lui verso la nebbia del nord, lei verso il sole del sud.

    Alla fine del brano, Fugain ci dice che le loro strade si separano. Lui riparte verso i suoi doveri e la sua nebbia, tornando a essere un ingranaggio del sistema. La “bella storia” non ha cambiato le loro vite; è stata solo una valvola di sfogo, una parentesi tollerata dal sistema stesso prima di tornare alla routine produttiva. L’amore estivo funziona, cinicamente, come una vacanza pagata: serve a ricaricare le batterie per poter sopportare un altro anno di lavoro alienante.

    Une belle histoire è un capolavoro di pragmatismo mascherato da romanticismo. Ci insegna che le storie migliori sono forse quelle che muoiono prima di avere il tempo di marcire, prima che l’abitudine, i mutui e la noia quotidiana le trasformino in prigioni. È il manifesto di un’utopia moderna e malinconica: amare senza conseguenze, separarsi senza dolore, e consumare il sentimento esattamente come si consuma la benzina lungo l’autostrada.

  • La mia vita da Zucchina: L’Antidoto al “Bambinismo” e la Sociologia del Trauma

    Sotto la veste di un film d’animazione in stop-motion dai colori pastello e dall’estetica apparentemente naif, La mia vita da zucchina (2016) di Claude Barras è una delle opere cinematografiche più radicali, crude e oneste degli ultimi decenni. Il film compie un’operazione filosofica devastante: distrugge l’idea borghese e disneyana dell’infanzia come periodo di pura innocenza magica, per mostrarci i bambini come individui complessi, forgiati dal dolore e scartati da un sistema sociale difettoso.

    Ecco le chiavi di lettura che rendono quest’opera un capolavoro di cinismo costruttivo e resilienza psicologica:

    Il dogma perbenista su cui si fonda la nostra società è che i legami di sangue siano sacri e la famiglia sia il porto sicuro per eccellenza. Il film rade al suolo questa menzogna nei primissimi minuti.

    Per i protagonisti, la famiglia biologica non è un rifugio, ma il luogo del terrore. Zucchina uccide accidentalmente la madre alcolizzata e violenta; gli altri bambini dell’orfanotrofio sono sopravvissuti a genitori tossicodipendenti, padri abusanti o madri deportate. Il film ci sbatte in faccia la cruda realtà: spesso il mostro non è nascosto sotto il letto, ma siede a capotavola.

    Il cinismo raggiunge l’apice con il personaggio della zia di Camille, che cerca di ottenere l’affidamento della nipote non per amore, ma esclusivamente per incassare i sussidi statali. È la rappresentazione feroce dell’avidità adulta che cannibalizza l’infanzia.

    A eccezione del poliziotto Raymond (che rappresenta una figura paterna alternativa) e della direttrice dell’istituto, il mondo degli adulti in La mia vita da zucchina è descritto come un panorama di macerie morali. Gli adulti hanno fallito catastroficamente il loro compito biologico e sociale di protezione. Questa assenza di autorità morale credibile costringe i bambini a diventare filosofi del proprio trauma, analizzando la crudeltà del mondo con un pragmatismo che la maggior parte degli adulti non riuscirebbe a sopportare.

    Se ne Il signore delle mosche di William Golding i bambini abbandonati a se stessi regrediscono a uno stato di selvaggia barbarie, il microcosmo dell’istituto di Zucchina propone una tesi sociologica diametralmente opposta.

    Simon, inizialmente il bullo del gruppo, non instaura una dittatura del terrore, ma diventa la memoria storica e il protettore degli altri bambini. La loro micro-società non si fonda sulla legge del più forte, ma su un’empatia radicale generata dalla condivisione della sofferenza. Sanno esattamente cosa significhi essere distrutti, e per questo scelgono di ricostruirsi a vicenda, dimostrandosi eticamente superiori alla società adulta che li ha generati.

    L’uso della stop-motion non è un semplice vezzo estetico, ma una precisa scelta narrativa. La plasticità della materia, le imperfezioni dei modelli, i volti spigolosi e, soprattutto, gli occhi giganteschi e cerchiati di nero dei bambini, sono l’incarnazione fisica del loro bagaglio emotivo. I grandi occhi non servono a renderli “carini” in stile manga, ma funzionano come pozzi neri: assorbono tutto l’orrore del mondo senza poterlo filtrare, costringendo lo spettatore a sostenere lo sguardo di creature che hanno visto troppo, troppo presto.

    La mia vita da zucchina non offre false speranze né magia consolatoria. Il suo trionfo risiede nell’accettazione lucida del dolore: non si può cancellare il fatto che i genitori abbiano fallito, né si possono dimenticare gli abusi. Tuttavia, il film ci insegna che, una volta smantellata la retorica tossica della famiglia perfetta, è possibile costruire una nuova famiglia basata sull’affetto scelto, la vulnerabilità condivisa e la pura resistenza. È un inno anarchico a chi, partendo dagli scarti, riesce a riscrivere le regole della propria sopravvivenza emotiva.