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  • Excision La Chirurgia come Acceleratore del Collasso

    Excision (2012) di Richard Bates Jr. è molto più di un body horror o di un grottesco racconto di formazione adolescenziale: è la rappresentazione clinica e spietata dell’entropia e dell’autodistruzione universale. Sotto la patina del delirio onirico e del sangue, il film ci mostra come ogni disperato tentativo umano di imporre un ordine al caos biologico e sociale sia non solo inutile, ma inevitabilmente catastrofico.

    Il conflitto centrale non è semplicemente generazionale, ma strutturale. La madre di Pauline, Phyllis, incarna lo sforzo nevrotico della borghesia di mantenere un’immagine di perfezione e normalità. Il suo controllo maniacale, le preghiere e le regole imposte sono un disperato tentativo di frenare il decadimento del suo nucleo familiare, minacciato dalla malattia respiratoria della figlia minore e dalla devianza della maggiore. Tuttavia, il cinismo dell’opera ci ricorda che l’entropia di un sistema chiuso non può essere arrestata: più la madre stringe la presa per soffocare il disordine, più la pressione interna sale, alimentando la follia sotterranea che distruggerà tutto.

    Pauline non è la classica sociopatica cinematografica; è un’esteta della putrefazione e della carne. Le sue allucinazioni mistiche ed erotiche legate alla chirurgia svelano una fascinazione per la biologia umana ridotta a pura meccanica difettosa. Nella sua logica disconnessa, operare la sorella malata non è un atto di sadismo, ma l’illusione di poter sostituire Dio. Il film compie qui il suo passo più spietato: ci mostra che quando l’individuo disfunzionale cerca di “aggiustare” la natura forzandone i confini, finisce per trasformarsi nello strumento definitivo dell’autodistruzione. L’atto di tagliare non ripara la macchina, la smembra in modo irreversibile.

    Le conversazioni di Pauline con un Dio immaginario sono la parodia finale della ricerca di un senso superiore. In un universo governato esclusivamente dalla disintegrazione della materia, la religione e la moralità sono sedativi inutili. Il climax della pellicola non offre alcuna catarsi o epifania consolatoria. L’urlo disperato della madre nel prato, di fronte all’orrore irrevocabile compiuto dalla figlia, è il suono puro di un microcosmo che collassa definitivamente su se stesso.

    Excision ci lascia con una diagnosi senza appello: non c’è cura per la fragilità dell’esistenza. Ogni sforzo di redenzione, di controllo o di guarigione è solo una grottesca illusione prima che l’entropia faccia il suo corso e divori tutto.

  • Une Belle Histoire: L’Utopia dell’Amore Usa e Getta nell’Era del Consumismo Affettivo

    Uscita nel 1972 dalla penna di Michel Fugain e cantata con il collettivo Le Big Bazar, Une belle histoire è universalmente considerata la colonna sonora per eccellenza degli amori estivi. A un ascolto superficiale, sembra un inno nostalgico alla libertà giovanile; tuttavia, se grattiamo via l’arrangiamento allegro e corale, emerge una perfetta, cinica istantanea dell’inizio di un’epoca che ha trasformato i sentimenti in puro bene di consumo.

    Ecco un’analisi di come Une belle histoire decostruisca il mito dell’amore romantico per abbracciare l’esistenzialismo da autogrill:

    Fugain definisce la storia fin dal primo ritornello: “C’est un beau roman, c’est une belle histoire / C’est une romance d’aujourd’hui” (È un bel romanzo, una bella storia / È un romanticismo di oggi). Quell’“aujourd’hui” è la chiave di volta. Il brano sancisce la rottura definitiva con l’ideale borghese del matrimonio, della stabilità e dell’amore eterno. I due protagonisti non si promettono nulla, non progettano il futuro, non scambiano contatti. Consumano la passione in modo istantaneo e, la mattina dopo, si separano senza drammi. È la filosofia del momento presente spinta all’estremo: il sentimento ha valore solo finché dura il picco di dopamina, poi viene scartato, senza lasciare scorie, pronto per il prossimo incontro.

    L’ambientazione è fondamentale. Non si incontrano in un bistrot parigino o in un romantico villaggio provenzale, ma sull’“autoroute des vacances” (l’autostrada delle vacanze). L’autostrada e la stazione di servizio sono quelli che il sociologo Marc Augé definirà anni dopo dei “non-luoghi”: spazi di puro transito, privi di identità, storia o radici. I due protagonisti si amano in una terra di nessuno, un vuoto spaziale e temporale dove le regole della società (e le conseguenze delle azioni) vengono temporaneamente sospese. Il loro amore è figlio dell’infrastruttura moderna: rapido, funzionale e progettato per il transito veloce.

    Il cinismo latente della canzone si trova nella totale assenza di rimpianto o sofferenza alla fine del viaggio. “Ils se sont cachés dans un grand champ de blé / Se laissant porter par les courants” (Si sono nascosti in un grande campo di grano / Lasciandosi trasportare dalle correnti). L’abbandono alle correnti è la metafora perfetta di una generazione (quella post ’68) che rivendicava la libertà assoluta, ma che, al tempo stesso, stava scivolando in un edonismo deresponsabilizzato. I due amanti si nascondono, godono del piacere carnale, ma si rifiutano categoricamente di fare la fatica di costruire qualcosa. Il loro è un individualismo perfetto: prendono ciò che serve l’uno dall’altra per alleviare la noia del viaggio e poi tornano ognuno alla propria traiettoria isolata. Lui verso la nebbia del nord, lei verso il sole del sud.

    Alla fine del brano, Fugain ci dice che le loro strade si separano. Lui riparte verso i suoi doveri e la sua nebbia, tornando a essere un ingranaggio del sistema. La “bella storia” non ha cambiato le loro vite; è stata solo una valvola di sfogo, una parentesi tollerata dal sistema stesso prima di tornare alla routine produttiva. L’amore estivo funziona, cinicamente, come una vacanza pagata: serve a ricaricare le batterie per poter sopportare un altro anno di lavoro alienante.

    Une belle histoire è un capolavoro di pragmatismo mascherato da romanticismo. Ci insegna che le storie migliori sono forse quelle che muoiono prima di avere il tempo di marcire, prima che l’abitudine, i mutui e la noia quotidiana le trasformino in prigioni. È il manifesto di un’utopia moderna e malinconica: amare senza conseguenze, separarsi senza dolore, e consumare il sentimento esattamente come si consuma la benzina lungo l’autostrada.